“Il Maestro” – SOLO AL CINEMA – Dal 13 novembre – Note di regia

INTERVISTA AD ANDREA DI STEFANO

Che cosa ti stava a cuore raccontare con questo film?
Si tratta di una sorta di ritorno a casa. Nel 2006 avevo scritto con Ludovica Rampoldi un copione che poi ho dovuto abbandonare perché ho lavorato come regista ad alcuni film di genere sia all’estero (Escobar e The Informer) che in Italia (L’ultima notte di Amore). Continuavo però ad avere voglia di raccontare questa storia. Molte delle situazioni descritte le ho vissute realmente, ma il film vuole andare oltre la mia esperienza personale: Il Maestro è un film sulle occasioni perdute, sui maestri di vita, su quelle persone che il destino ci manda incontro e che, magari piene di imperfezioni, ti dicono la cosa giusta al momento giusto e in qualche modo ti cambiano la vita. Lo sport ti mette di fronte a certe dinamiche che puoi applicare alla vita, e io sono partito dalle difficoltà che avevo a 14 anni a gestire la sconfitta sul campo da tennis, fino a quando ho incontrato un maestro che mi ha detto: “Comunque vada, a noi ci viene sempre da ridere”. Mi ha aiutato a mettere le cose nella giusta prospettiva e a scoprire altro.

Quando si è rimesso in moto il progetto?
Dopo L’ultima notte di Amore avrei potuto facilmente fare un altro film di genere, ma avevo voglia di tornare alla mia prima passione, alla possibilità di fare cinema sulla scia di certe commedie italiane drammatiche e amare del passato, su cui mi sono formato. Ho avuto la sensazione che, sia per me che per Pierfrancesco — che immaginavo nel ruolo del maestro — fosse il momento giusto. Ho così scritto una nuova sceneggiatura con Ludovica Rampoldi, rivoluzionando la precedente, e poi siamo partiti.

Come si è consolidato il rapporto con Pierfrancesco Favino dopo la felice esperienza de L’ultima notte di Amore?
Ci capiamo al volo, siamo all’ascolto uno dell’altro, ci piace raccontare storie allo stesso modo, abbiamo la stessa ambizione di lavorare a un tipo di cinema ancorato alla tradizione italiana ma con tratti contemporanei. Pierfrancesco ha una capacità di interpretazione rarissima nel panorama internazionale, è un grandissimo attore. Sul set era evidente come avesse fatto suo il sentimento profondo e conflittuale proprio del protagonista.

Quali sono, a tuo parere, le doti peculiari di Favino?
C’è in Pierfrancesco un talento artistico che ti sorprende sempre. Ha capacità emotive e interpretative che si combinano con un’abilità narrativa unica. È dotato di un talento naturale che ha affinato negli anni e oggi sono molto felice di lavorare con lui, non potrei chiedere di meglio.

Ti è capitato di modificare qualcosa in corsa rispetto al copione originale?
Lo faccio sempre. Anche la sera prima di girare scrivo scene o battute nuove, o le taglio. Mi piace che siano rispettate le cose che scrivo, ma con un attore come Pierfrancesco, se ci viene in mente un’idea, la realizziamo anche tra un ciak e l’altro.

Come hai scelto Giovanni Ludeno e Valentina Bellè?
Sono stati scelti entrambi attraverso dei provini. Ho capito subito che Giovanni sarebbe stato perfetto per il ruolo del padre: mi è sembrato molto interessante tutto quello che faceva. È un attore di grandissimo talento, una bellissima persona con cui ho adorato collaborare. Quanto a Valentina, avevo fatto molti provini con tante attrici, ma il suo è stato davvero eccellente e, quando le abbiamo chiesto di recitare alcune scene con Favino, si è capito subito che c’era una profonda alchimia tra loro.

Quanto ha contato, in fase di scrittura e di realizzazione, avere come riferimento la grande commedia italiana?
Gli scrittori e i registi di quella generazione avevano una storia personale da raccontare accanto alle vicende sociali e civili dell’Italia che cresceva: avevano vissuto il fascismo e la guerra e avevano voglia di dissacrare ciò che era rimasto della società italiana. Avevano una profonda cultura che spaziava dai classici all’arte contemporanea. Non si tratta di una stagione irripetibile, ma per realizzare una buona commedia devi capirne gli archetipi e avere ben chiaro l’arco narrativo di una storia drammatica.

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