INTERVISTA A PIERFRANCESCO FAVINO
Che cosa ti ha interessato di questo progetto e perché?
È stato molto importante per me il legame con Andrea Di Stefano e la condivisione di un’idea di cinema che ci appassiona entrambi. Inoltre, mi piaceva che Andrea avesse scelto di andare in una direzione diversa da quella del nostro film precedente, L’ultima notte di Amore. Il Maestro racconta una storia a cui lui teneva da tempo.
Il Raul che interpreti è un uomo che gioca a fare il vincente disinvolto, ma in realtà è tormentato dalla paura del fallimento…
Si tratta di un personaggio inusuale per me e credo anche per il nostro cinema. In passato queste figure sono state rappresentate come dei guasconi: penso al Bruno Cortona di Vittorio Gassman ne Il sorpasso, ma anche a certe interpretazioni di Vittorio De Sica o Alberto Sordi. Andrea è riuscito, in fase di scrittura con Ludovica Rampoldi, a dare profondità a un personaggio che è divertente ma assolutamente tragico. Credo che dentro Raul ci sia tanto di tutti noi: la scoperta delle scelte sbagliate, il voler fare del bene a qualcuno per potersi perdonare gli errori del passato e, finalmente, il coraggio di guardarsi in faccia grazie all’incontro con un bambino.
La storia del film è ambientata negli anni Ottanta ma si rivela universale al di là delle date?
Negli anni Ottanta si viveva in un altro modo. Era più normale e frequente, per esempio nel mondo dello sport, affidare un bambino a uno sconosciuto per un certo periodo di tempo. I genitori lo facevano con molta più tranquillità rispetto a oggi. Se si parla con Adriano Panatta o con tennisti che, come lui, hanno lasciato un segno nei decenni scorsi, emergono i ricordi del tempo trascorso con i loro maestri dell’epoca, con cui condividevano tutto, anche gli scherzi da caserma. Erano anni molto diversi, c’era leggerezza, era un periodo forse più spensierato. Credo che nel nostro film questo si veda: penso che si tratti di un feel good movie da cui si esce pieni di tante cose diverse — si ride, ci si commuove, si fa il tifo e forse ci si riconosce.
Come si è consolidato il tuo rapporto con Di Stefano dopo la vostra felice esperienza comune in L’ultima notte di Amore?
Tra me e Andrea si è creata, nel tempo, una sintonia tale da portarci a una collaborazione totale, non solo per quanto riguarda i film a cui lavoriamo insieme, ma anche per i progetti che riguardano ognuno di noi autonomamente e di cui parliamo a lungo, stimolandoci a vicenda. È bella la libertà che ci concediamo di creare sul momento, alla luce della situazione che si sviluppa, pur all’interno della disciplina del suo modo di lavorare: lui cerca sempre il meglio, ogni giorno arriva sul set con nuove idee, pronto a condividerle e a valutarle con i suoi attori.
Che rapporto si è creato con Tiziano Menichelli prima e durante le riprese?
Tiziano ha un’anima unica, è veramente speciale, nel senso che possiede una sensibilità particolare al di là di un talento specifico. È estremamente affettuoso, educato e piacevole, e ha dentro di sé tanti mondi. Recitare insieme è stato molto facile. Nel film c’è un modo in cui io e Tiziano ci guardiamo, ci sosteniamo e stiamo insieme che non si può esprimere a parole: penso agli sguardi, alla maniera di condividere lo spazio e di divertirsi insieme.
Come sei entrato in relazione, invece, con Valentina Bellè?
Quando dico che in questo film ci si può riconoscere, è perché credo che, vedendolo, ognuno potrà pensare a quella che avrebbe potuto essere la propria vita se le cose fossero andate in modo diverso. Nel rapporto tra il mio personaggio e quello della sua ex compagna, interpretata da Valentina, questo aspetto emerge chiaramente sin da subito. È come se tutto quello che Raul fa, nel corso della storia, dipendesse da quel momento, da quella ferita. E Valentina ed io dovevamo rappresentare qualcosa che si basava sul non detto. Lei è un’attrice di grandissima sensibilità e temperamento; eravamo entrambi molto innamorati del tipo di storia che stavamo raccontando e credo che questo si capisca. Quando c’è una bella scrittura, gli attori possono sentirsi liberi di lasciarsi trasportare da quello che avviene.
Pensi che il tuo personaggio sia in qualche modo riconducibile a quei “nati per perdere” del grande cinema americano indipendente degli anni Settanta?
Quel cinema indipendente forse è nato perché i suoi autori più importanti avevano visto e assimilato il cinema italiano degli anni Cinquanta e Sessanta — i film di Rossellini, De Sica e Dino Risi. La commedia italiana di quegli anni ha insegnato al mondo che esisteva qualcos’altro rispetto all’idea dell’uomo vincente a tutti i costi, ed è in questa direzione e in quella tradizione che guarda anche Il Maestro.
Che rapporto si è creato con Giovanni Ludeno?
Giovanni è un bravissimo attore, pieno di talento. Incarna molto bene un certo tipo di uomo degli anni Ottanta. È riuscito a portare al personaggio del padre di Felice sia leggerezza che autorevolezza. Ne capisci i desideri e le fragilità: è un antagonista di cui senti le ambizioni ma anche le paure.
Ricordi qualche momento del set più volentieri di altri?
Ricordo in particolare la scena del ballo sul campo da tennis tra me e Tiziano. L’abbiamo girata a notte fonda e io ho sentito l’emozione molto viva di tutta la troupe. Avevamo già fatto varie settimane di riprese, tutti erano consapevoli che quella sequenza sarebbe stata un punto di arrivo nel rapporto tra i due personaggi. Quando torni a casa e senti che chi lavora al film è contento di farne parte, ecco, in quell’istante riconosci il motivo per cui fai il mestiere che tanto ami: capisci che si sta realizzando, per te e per tutti, qualcosa di importante.