Come sei entrato nel cast di questo film?
Un’estate fa sono stato chiamato per sostenere un provino e ho incontrato Andrea Di Stefano, un regista sempre molto attento al lavoro degli attori, essendo stato lui stesso in passato un attore.
Chi è il personaggio che interpreti e come ti ci sei accostato?
La figura di un padre, ovunque la si collochi, offre dei mondi in cui scavare: si tratta di presenze forti nella costruzione delle vite dei figli, perché danno loro un imprinting, anche inconsapevolmente. La storia che raccontiamo è ambientata alla fine degli anni Ottanta, un’epoca in cui mi rivedevo bambino. Io nel 1989 avevo più o meno l’età del personaggio di Felice. Ho fatto una sorta di transfert: il mio vero padre era un operaio, quello che interpreto nel film è un ingegnere. Si tratta di famiglie piccolo-borghesi o medio-borghesi che cercano di migliorare le loro condizioni di vita non sapendo i danni che possono fare certe dosi sproporzionate di amore. Alcuni padri e alcune madri spesso non vedono i loro figli per quello che sono davvero e non si accorgono che magari aspirano a qualcosa di diverso. Il personaggio che interpreto ha la testa dura, non si relaziona in maniera empatica. Mi ha colpito molto l’investimento abnorme che fa sul ragazzo, ma anche la miseria dell’umano, la comicità involontaria che provoca nel voler compiere azioni esorbitanti. È un padre che può risultare comico ma anche ferocemente drammatico.
Si è trattato di un ruolo complesso e stimolante?
La semplicità e la naturalezza non sono facili da rendere in scena. Mi ha aiutato molto Andrea Di Stefano, che è uno di quei registi che sul set si donano totalmente, non ti abbandonano mai. Andrea inventa mille soluzioni, tenta strade diverse per ogni ciak e ti chiede sempre qualcosa di nuovo, di trovare un cuore, un pezzo di cuore. Poi tu gli dici: “Non ne ho più di cuore” e allora lui ti dice: “Dammi un pezzo di stomaco”. E questo è molto stimolante.
Come avete interagito in scena tu e Tiziano Menichelli?
Io e Tiziano ci siamo incontrati per la prima scena da girare su un campo da tennis di sera. Si trattava di una sequenza in cui io lo alleno e lo consiglio: ci siamo un po’ “annusati”, nonostante le condizioni del set notturno fossero piuttosto difficili. Giravamo indossando solo pantaloncini e maglietta, a una temperatura molto bassa, e da questa fatica, da questo disagio comune, è nata tra noi una forte complicità e un amore reciproco. Tiziano ha un talento pazzesco, nonostante la sua giovanissima età. Quando incontri qualcuno che è molto bravo, ti semplifica il lavoro e la vita: diventa tutto più facile.
Che tipo di rapporto si è creato invece con Pierfrancesco Favino?
Con Pierfrancesco è nato un rapporto di profonda stima reciproca. Abbiamo girato dei provini prima delle riprese e poi, quando ci siamo visti in sartoria per provare i nostri abiti di scena, lui mi ha detto che era contento di girare finalmente insieme a me. Una frase simile, pronunciata da un grande attore come lui, ovviamente riempie il cuore di gioia.
Ricordi qualche momento della lavorazione più volentieri di altri?
È stato molto divertente girare la sequenza in cui ero tra il pubblico, su una tribuna, per seguire una partita: tutti insieme dovevamo essere inquadrati mentre giravamo la testa a destra e a sinistra per seguire i movimenti della pallina. Ci veniva da ridere, era un momento buffo. Sembrava di leggere una partitura musicale in cui si vedeva la grande orchestrazione della “macchina cinema”.
Un altro momento particolare riguarda una delle telefonate tra il padre e Felice: Andrea mi ha fatto ripetere la scena tante volte, chiedendomi di tirare fuori tutta la rabbia e il dolore possibili, fino a quando abbiamo tolto tutto quello di cui non c’era bisogno per arrivare all’essenza, a una purezza, a qualcosa che potesse nascere realisticamente da quella situazione particolare. Se reciti tante volte la stessa sequenza vai in riserva di energia e, alla fine, usi solo quello che ti serve, quello con cui sei davvero in ascolto.