“Jimmy Somerville, Smalltown Boy”
Un ritratto intimo

Un ragazzo di provincia con un falsetto che, da Glasgow, arriva fino a Londra e raggiunge tutto il mondo. Grida libertà, chiede uguaglianza. E, a ritmo dance, rivendica diritti per le persone omosessuali e per la classe operaia. Lui è Jimmy Somerville e la sua “Smalltown boy” è presto un inno che scuote gli anni Ottanta. A raccontarlo è «Jimmy Somerville, Smalltown Boy», il documentario di Olivier Simonnet, in onda giovedì 4 giugno alle 23.10 su Rai 5. Un viaggio nella voce, nella musica e nell’impegno politico dell’artista scozzese che, prima con i Bronski Beat e poi con i Communards, trasforma la pista da ballo in uno spazio di liberazione, identità e lotta.
Omosessuale dichiarato in un Paese ancora profondamente conservatore, Somerville diventa il nuovo volto di un ragazzo gay senza maschere, senza codici imposti. Nel 1984 “Smalltown Boy” porta nelle classifiche internazionali una storia di fuga e di solitudine. È il desiderio di essere sé stessi, il racconto di un giovane che lascia casa «con tutto ciò che possiede in una piccola valigia nera» e di una generazione costretta a cercare altrove il proprio posto.
Nell’Inghilterra severa dell’era Thatcher, con le sue tensioni sociali, l’omofobia, l’arrivo dell’Aids («Chiamami “malattia”», dice il testo di “Why”), la musica di Somerville è un grido di guerra che, anche con i Communards, conferma il suo successo planetario. “Don’t Leave Me This Way” è il singolo più venduto del 1986 in Gran Bretagna. Il fenomeno sembra non arrestarsi. Ma a che costo?
Il film ricostruisce l’esplosione improvvisa dei Bronski Beat e la forza di “The Age of Consent”, album apertamente politico. «È successo tutto in soli nove mesi. Fa un po’ paura», racconta un giovane Somerville, che da un’infanzia operaia e povera rimane sospeso in una fama in cui non si identifica. «Non mi considero della classe operaia perché non posso esserlo. Non sono povero, non lavoro in una fabbrica. Ma non sento di appartenere a nessun’altra classe. Credo di essere un “senza classe” in questo momento».
Immagini d’archivio, testimonianze e memorie personali ricostruiscono anche il lato più intimo e complesso del giovane uomo. Il difficile rapporto con lo star system, l’industria che tenta di manovrarlo. Fino al punto in cui, pur di rimanere fedele alla propria identità, sceglie di allontanarsi dai riflettori: «Non più sotto l’occhio vigile dei tabloid. Ma sé stesso».
Omosessuale dichiarato in un Paese ancora profondamente conservatore, Somerville diventa il nuovo volto di un ragazzo gay senza maschere, senza codici imposti. Nel 1984 “Smalltown Boy” porta nelle classifiche internazionali una storia di fuga e di solitudine. È il desiderio di essere sé stessi, il racconto di un giovane che lascia casa «con tutto ciò che possiede in una piccola valigia nera» e di una generazione costretta a cercare altrove il proprio posto.
Nell’Inghilterra severa dell’era Thatcher, con le sue tensioni sociali, l’omofobia, l’arrivo dell’Aids («Chiamami “malattia”», dice il testo di “Why”), la musica di Somerville è un grido di guerra che, anche con i Communards, conferma il suo successo planetario. “Don’t Leave Me This Way” è il singolo più venduto del 1986 in Gran Bretagna. Il fenomeno sembra non arrestarsi. Ma a che costo?
Il film ricostruisce l’esplosione improvvisa dei Bronski Beat e la forza di “The Age of Consent”, album apertamente politico. «È successo tutto in soli nove mesi. Fa un po’ paura», racconta un giovane Somerville, che da un’infanzia operaia e povera rimane sospeso in una fama in cui non si identifica. «Non mi considero della classe operaia perché non posso esserlo. Non sono povero, non lavoro in una fabbrica. Ma non sento di appartenere a nessun’altra classe. Credo di essere un “senza classe” in questo momento».
Immagini d’archivio, testimonianze e memorie personali ricostruiscono anche il lato più intimo e complesso del giovane uomo. Il difficile rapporto con lo star system, l’industria che tenta di manovrarlo. Fino al punto in cui, pur di rimanere fedele alla propria identità, sceglie di allontanarsi dai riflettori: «Non più sotto l’occhio vigile dei tabloid. Ma sé stesso».