“L’universo alternativo di Kate Bush”
Un’artista poliedrica

Un giovane padre tradito, la moglie di un mago, un rapinatore di banche, una sposa con il marito assassinato. Hanno tutti lo stesso nome: Kate Bush. È lei che li inventa, che li porta sul palco, che li interpreta con tutto il suo corpo. E che fa scoprire al mondo «la bellezza del bizzarro». «L’universo alternativo di Kate Bush», in onda giovedì 4 giugno alle oo.05 su Rai 5, ripercorre la carriera di un’artista che nel 1978, a soli 19 anni arriva in cima alle classifiche britanniche. “Wuthering Heights” è il primo brano scritto da una donna a riuscirci. Troppo strano per le case discografiche. Troppo lungo, troppo poco allineato ai codici del pop del tempo. Ma Kate insiste: lo impone come singolo e l’esordio è clamoroso.
Il successo è inaspettato. Kate Bush arriva dalla campagna del Kent, una famiglia piena di musica, i dischi dei fratelli, la letteratura inglese, il cinema, le canzoni tradizionali irlandesi. Compone al pianoforte e da adolescente accumula centinaia di brani, registra dei demo che finiscono nelle mani di David Gilmour, il chitarrista dei Pink Floyd.
Da lì parte tutto: il contratto con la Emi, “The Kick Inside”, il successo immediato. Ma fin dall’inizio Bush cerca controllo sulla sua arte. Il secondo album, “Lionheart”, nasce sotto pressione: un compromesso che non intende ripetere.
La svolta, poi, passa anche dal corpo. Il “Tour of Life” del 1979 rompe con il formato del concerto rock tradizionale: musica, teatro, coreografia, cabaret. Poi la tecnologia, l’incontro con Peter Gabriel e con il Fairlight le permettono di allargare ancora il campo. Campionare, costruire da sola, decidere da sola. In un’industria dominata dagli uomini, è una forma di emancipazione pratica. Da “Never for Ever” a “The Dreaming”, fino a “Hounds of Love”, Bush consolida un’autonomia rara: scrive, produce, dirige, usa il videoclip prima di molti altri. Mantiene il controllo sul proprio lavoro.
Quando “Running Up That Hill” torna al centro della scena, nel 2022, grazie alla serie “Stranger Things”, è la prova che la sua opera continua a parlare.
Il successo è inaspettato. Kate Bush arriva dalla campagna del Kent, una famiglia piena di musica, i dischi dei fratelli, la letteratura inglese, il cinema, le canzoni tradizionali irlandesi. Compone al pianoforte e da adolescente accumula centinaia di brani, registra dei demo che finiscono nelle mani di David Gilmour, il chitarrista dei Pink Floyd.
Da lì parte tutto: il contratto con la Emi, “The Kick Inside”, il successo immediato. Ma fin dall’inizio Bush cerca controllo sulla sua arte. Il secondo album, “Lionheart”, nasce sotto pressione: un compromesso che non intende ripetere.
La svolta, poi, passa anche dal corpo. Il “Tour of Life” del 1979 rompe con il formato del concerto rock tradizionale: musica, teatro, coreografia, cabaret. Poi la tecnologia, l’incontro con Peter Gabriel e con il Fairlight le permettono di allargare ancora il campo. Campionare, costruire da sola, decidere da sola. In un’industria dominata dagli uomini, è una forma di emancipazione pratica. Da “Never for Ever” a “The Dreaming”, fino a “Hounds of Love”, Bush consolida un’autonomia rara: scrive, produce, dirige, usa il videoclip prima di molti altri. Mantiene il controllo sul proprio lavoro.
Quando “Running Up That Hill” torna al centro della scena, nel 2022, grazie alla serie “Stranger Things”, è la prova che la sua opera continua a parlare.