NEWS:Toni Servillo il Premio Faraglioni Capri International 2026.

«Il teatro forse è l’unica forma di comunicazione dove chi si propone e chi ascolta sono messi nella condizione di condividere lo stesso tempo» ha asserito Servillo per poi riportare una battuta di Dario Fo: «Dovesse accadere un gran terremoto durante la proiezione di un film, muoiono solo gli spettatori; se accadesse a teatro, muoiono gli attori e gli spettatori». Parole dietro cui si nasconde «una grande verità», perché il teatro è «uno di quei momenti in cui il tempo rappresenta una condivisione totale». «L’attore ha la responsabilità di scavare nel proprio tempo, nel tempo degli spettatori, per rendere quei momenti unici. Unici nel senso che non torneranno più. E questo è quello che mi affascina ancora moltissimo di questo lavoro. Il cinema è un’opera che un regista ha nella mente molto prima ancora di cominciare le riprese», ha spiegato, ricordando come il processo creativo prosegua nel montaggio e nell’edizione. «Un attore può illuminare una porzione di un film col suo talento, co n la sua umanità, né più né meno come fa un grande autore delle musiche, un grande fotografo. Però colui che testimonia nel cuore dello spettatore il senso ultimo di un film è il regista con le sue intenzioni. A teatro, invece, chi porta un’opera nel cuore dello spettatore è l’attore».

Il discorso si è poi spostato sul suo rapporto con i registi e sulla stagione di rinnovamento del cinema italiano alla quale Servillo ha contribuito. «Ho avuto la fortuna di lavorare con un’ondata significativa, qualche anno fa, di giovani registi oggi affermati sul piano internazionale, che hanno portato un contributo significativo al rinnovamento del cinema italiano».

Il riferimento è stato alla nascita di Teatro Uniti, la compagnia fondata con Mario Martone e Antonio Neiwiller, e alla scelta di lavorare in una condizione di «totale indipendenza rispetto al mercato», decidendo direttamente come produrre e distribuire i propri lavori.

«Loro mi scelgono, ma ci scegliamo in qualche modo insieme, perché sentiamo di poter condividere un orizzonte intellettuale, un profilo umano molto vicino. In queste collaborazioni non c’è mai una dimensione mercenaria o dettata da leggi di mercato, ma c’è sempre un’affinità emotiva, intellettuale, che ci auguriamo dia senso a quello che stiamo facendo».

Da Morte di un matematico napoletano di Martone a L’uomo in più di Paolo Sorrentino, fino a Gomorra di Matteo GarroneServillo ha ricordato una stagione nella quale il cinema italiano è riuscito a costruire nuovi percorsi a partire da una forte condivisione artistica e umana.

Ampio spazio è stato dedicato anche al lavoro sui personaggi. «Dipende dal personaggio», ha spiegato Servillo. «Ci sono alcuni personaggi che hanno la necessità di una prima spinta che consiste in un forte sforzo immaginativo. Altri personaggi, invece, offrono, per ragioni intrinseche, una possibilità di ampia documentazione».

È il caso di personaggi come Andreotti ne Il Divo o Berlusconi in Loro, figure «ingombranti per un attore», perché l’interprete deve confrontarsi con «l’immagine che il pubblico si è già costruita». Ricordando il lavoro su Andreotti, Servillo ha raccontato di essersi imbattuto, durante le sue letture, in un articolo di Giorgio Manganelli dedicato a un congresso della Democrazia Cristiana. Manganelli descriveva quell’atmosfera «tra il vedovile e il curiale». «Questa definizione, per esempio, mi ha acceso una lampadina nel modo di tratteggiare il personaggio». «Quindi, molto studio, molte rinunce. Io non sono di quelli che romanticamente poi dicono che si portano il personaggio appresso, però non posso non dire che quando lo preparo ci vivo insieme. E quindi si sta, si rinuncia ad altre cose, si sta molto tempo insieme a lui, che ti sta accanto».

Nel parlare del presidente della Repubblica Mariano De Santis, personaggio interpretato da Servillo e completamente inventato da Sorrentino, l’attore ha raccontato come la costruzione abbia attinto anche a diverse biografie della storia repubblicana: presidenti vedovi, presidenti con una sola figlia, insigni giuristi, uomini di diritto e di legge, anche napoletani. «Abbiamo un po’ pescato nelle biografie per poi dare vita a un personaggio che invece è un personaggio di fantasia. Ahimè, di fantasia, perché ci vorrebbe politici come Mariano De Santis».

Particolarmente significativo, anche per la presenza in sala di tanti giovani, è stato il passaggio dedicato alle nuove generazioni. Servillo ha parlato delle opportunità che, rispetto agli anni in cui ha iniziato, «sono decisamente diminuite», mettendole in relazione con una minore «sensibilità istituzionale nei confronti di chi vuole fare questo mestiere». Il suo messaggio è chiaro: «Il primo suggerimento che mi sento di dare a un giovane è di non pensare che questo è un lavoro che si fa mettendosi sul mercato, o peggio ancora non accettare che ci sia qualcuno che decide per te, che ti mette sul mercato».

«Bisogna coltivare questo sogno insieme a uno studio, con dei coetanei. Questo è un lavoro che non si fa da soli, è un lavoro che si fa insieme a tante altre persone che magari sono nell’ombra, ma che ti hanno aiutato a diventare quello che sei».

E ha ricordato ancora una volta l’esperienza di Teatri Uniti: «Quando ho costituito la mia compagnia, Teatro Uniti, che è una compagnia sostanzialmente di coetanei, io ho misurato i miei limiti sulle capacità dei miei amici e loro misuravano le loro capacità sui miei limiti, dandoci una mano».

«Questo è l’insegnamento più bello che viene dal teatro: ti dà quella passione e quella spinta per cui tu, all’inizio, non pensi che sia un lavoro e poi lo diventa nel tempo, lentamente. Ma se mantieni questo modo di approcciarti a questo mestiere, lo fai, secondo me, con onestà e non come se fosse un mercimonio».

E ancora: «La parola “successo” assume una sua relatività. E invece parole come “senso”, “necessità”, “vero” piuttosto che “falso” assumono un grande valore».

A chiudere il dialogo è stato un ricordo di Louis Jouvet, grande attore e insegnante francese. Servillo ha raccontato di un giovane studente che, prima di entrare in scena per il saggio di fine anno, si sentì chiedere da Jouvet: «Hai paura?». Alla risposta negativa del ragazzo, l’insegnante replicò: «Arriverà con il talento».

Il valore dell’iniziativa è stato sottolineato anche dalle istituzioni. Il sindaco di Capri Paolo Falco, richiamando proprio la natura irripetibile del teatro, ha evidenziato come attori e spettatori siano messi nella condizione di condividere lo stesso tempo, definendo quella relazione «una condivisione totale» e sottolineando la responsabilità dell’attore nel rendere quei momenti unici.

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